Donne di Cosa Nostra: tra cultura della vita e cultura mafiosa.

Il ruolo delle donne nell’organizzazione mafiosa, come abbiamo visto, non è aprioristicamente definito. Accanto alla dimensione tradizionale della figura femminile, quella di garante, in seno alla famiglia di sangue, della trasmissione dei disvalori, della cultura mafiosa e dei modelli comportamentali ad essa connessi, si sono palesati ruoli non del tutto inquadrati negli stereotipi riguardanti le [...]

21 gennaio 2012

0 commenti


 Donne di Cosa Nostra: tra cultura della vita e cultura mafiosa.

Il ruolo delle donne nell’organizzazione mafiosa, come abbiamo visto, non è aprioristicamente definito. Accanto alla dimensione tradizionale della figura femminile, quella di garante, in seno alla famiglia di sangue, della trasmissione dei disvalori, della cultura mafiosa e dei modelli comportamentali ad essa connessi, si sono palesati ruoli non del tutto inquadrati negli stereotipi riguardanti le donne di mafia. L’analisi del ruolo delle donne, nel contesto mafioso, permette di penetrare più a fondo nella logica di questa organizzazione, di mettere in evidenza le contraddizioni insite nella cultura mafiosa, ponendola in relazione con la ‘cultura della vita’, per riprendere le parole di Giovanni Falcone, le leggi dello Stato e il vivere sociale.

La centralità della figura femminile, nel contesto della struttura mafiosa, risulta  evidente se rapportata ai ruoli familiari: come madri, sorelle, mogli, figlie le donne di mafia sono state di fondamentale importanza per il funzionamento stesso dell’organizzazione, per il perpetuarsi delle tradizioni, del ricatto, del terrore mafioso, per la formazione delle nuove generazioni, cioè i futuri affiliati. Qualcosa si è incrinato quando è sopraggiunta la crisi interna a Cosa Nostra ed è emerso il fenomeno dei collaboratori di giustizia. L’’emergenza pentiti’, come è stata definita, ha spinto l’organizzazione mafiosa ad avvalersi delle donne, le quali, uscendo allo scoperto, cioè prendendo voce, hanno influito molto sui familiari che avevano deciso di prestare aiuto alla legge. Questo cambiamento, da parte delle donne di mafia, ha portato i magistrati a rivedere il loro punto di vista sul ruolo femminile nelle organizzazioni mafiose. Prima, infatti, era impensabile che le donne, in quel contesto, avessero ruoli decisivi e, quindi, penalmente rilevanti, vista la concezione che la mafia aveva del genere femminile. Tuttavia, l’’emergenza pentiti’ favorì il passaggio da una strategia comunicativa, messa a punto da Cosa Nostra, basata sull’assenza della parola, e di negazione dell’identità, all’esigenza di comunicare, di essere portavoce dell’ordine mafioso. Infatti, di fronte allo stravolgimento causato nell’organizzazione criminale dall’inasprirsi della lotta da parte della giustizia e dopo le stragi, Cosa Nostra non ha più potuto negare la sua esistenza. L’organizzazione criminale, perciò, ha tentato di recuperare il terreno perduto lanciando messaggi che riconfermassero la sua forza e gettassero discredito sugli ‘uomini d’onore’ accusati di ‘tradimento’. Ha fatto questo utilizzando le donne, le quali hanno difeso con inaudita aggressività, anche a scapito dei figli, un mondo di morte, di sopraffazione, maledicendo e insultando chi tentava di liberarsi del vincolo mafioso. Molte altre donne, invece, hanno deciso di collaborare anch’esse con la giustizia.

E’ possibile che “sia il silenzio, che la parola, l’assenza o la presenza siano interpretabili comunque secondo logiche di strumentalizzazione utilizzate da Cosa Nostra nei confronti delle figure femminili, e che vi sia stato all’interno dell’organizzazione mafiosa come un gioco delle parti, in cui comunque alle donne è stato assegnato un ruolo decisivo e del tutto funzionale all’espansione del potere dei propri uomini. L’aver con consentito alle donne di assumere all’esterno un ruolo di difesa dei disvalori mafiosi è un segnale preciso che, insieme a tanti altri, concretizza e denuncia una evoluzione del ruolo della donna in Cosa Nostra, sicuramente registrata e strumentalizzata ai propri fini dalla stessa organizzazione” (‘Mafia-Donna, le vestali del sacro e dell’onore, Teresa Principato, Alessandra Dino, 1997). La situazione, all’epoca della pubblicazione del testo in esame, appariva profondamente mutata: “Il ruolo della donna di mafia, fedele, obbediente, sottomessa, silenziosa e marginale, figura che vive nell’ombra, che nessuno può dire di conoscere, della quale nessuno parla, è stato certamente importante, soprattutto nel passato, per l’affermazione e la crescita di Cosa Nostra. ‘Le donne hanno avuto un ruolo molto, molto più importante di quello dell’uomo nella famiglia mafiosa’, dichiara il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. ‘La donna capisce l’importanza che ha il marito fuori, e di questa e di questa importanza anche la donna ne va orgogliosa […] e lo trasmette anche ai figli’”. Il tacito assenso delle donne arriva fino alla complicità, superando la consapevolezza dell’illiceità della struttura nella quale sono inserite e giunge all’accettazione del coinvolgimento in qualunque attività quando a richiederlo è il proprio uomo. Non c’è dubbio che questa ‘invisibilità’, in cui la donna aveva vissuto, abbia consentito a Cosa Nostra un’impunità per le attività delittuose commesse dalle donne e abbia anche permesso alle stesse donne di coprire ruoli rilevanti nelle attività illecite dell’organizzazione criminale.

Un altro segnale di cambiamento, che ribalta lo stereotipo della donna di mafia ‘invisibile’ o assente, è dovuto ai processi di emancipazione femminile avvenuti nel contesto sociale,  sviluppi che hanno avuto degli effetti anche nel contesto mafioso. Le donne, vissute in un clima culturale dominato dalla mafia, cominciarono a manifestare il proprio disagio rispetto alla cultura di appartenenza che era in netta contrapposizione con i mutamenti sociali che stavano interessando le donne. Nella metà degli anni ’90, i risultati di alcune ricerche permisero di delineare le cause di tale crisi e che erano riconducibili ai modelli culturali tradizionali in cui la famiglia occupava un posto centrale. In tali ambiti, con predominanza assoluta delle relazioni familiari su quelle extrafamiliari, la dignità, la cultura e la personalità femminili erano pressoché negate. Le donne, nei contesti mafiosi, avevano scarse possibilità di socializzare, di autoaffermarsi e di realizzarsi al di fuori del contesto familiare. Il disagio era causato dal fatto che le istanze di cambiamento, nuovi valori e nuovi ruoli femminili, che stavano interessando la società, “venivano ostacolate dalla resistenza di modelli di comportamento improntati a norme e valori riconducibili al modello culturale del familismo. Quest’ultimo si esprime, appunto, con la predominanza assoluta delle relazioni familiari su quelle extrafamiliari, con una forma di forte controllo sessuale e di subalternità delle donne, scaturente anche dal mancato riconoscimento di uno specifico femminile e di un’attribuzione di pari valore a quegli aspetti della personalità, per lo più connessi all’espressione dei sentimenti, considerati ‘tipici delle donne’”. Il ‘familismo amorale’, fenomeno rilevato da Edward C. Banfield, politologo statunitense, è un modello di famiglia, presente soprattutto nel sud Italia, che si rivela una gabbia per i componenti e impedisce lo sviluppo del paese. Esso “può essere considerato una forma ‘collettiva’ di autismo. La chiusura degli individui nella monade della famiglia, diventa l’unica patria, l’unico luogo di costruzione e di riconoscimento di identità, quando non si trova più possibilità di identificazione in una entità collettiva, si chiami collettività o Stato”. “La cultura mafiosa, quindi, può essere considerata come un’estremizzazione criminale di una componente ‘normale’ – soprattutto nel passato – della cultura e della società siciliane, caratterizzate dalla impossibilità per larghe fasce della popolazione di identificarsi nello Stato, cioè in un potere razionale e impersonale”. Il familismo amorale non interessa solo il sud Italia e non è un retaggio del passato. Anzi, questo argomento torna sempre più spesso nel dibattito pubblico. Ne parlavano i quotidiani a proposito del naufragio della nave ‘Concordia’, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato della scorsa settimana al largo dell’isola del Giglio. C’è chi ha ritrovato il familismo amorale nel comportamento socialmente e culturalmente accettato e, quindi, assai diffuso, di usare i poteri di comando (a volte solo con la presunzione di avercene), per soddisfare i propri desideri, ricambiare piccoli o grandi favori con reciprocità collusive, creare catene di complicità per soddisfare volontà che, se non sempre sono criminali, sono comunque dettate dal narcisismo, dal desiderio di dimostrare onnipotenza e tronfia soddisfazione (dal ‘Corriere della Sera’ del 17 gennaio). Non è un bel ritratto di ‘famiglia’, ma è l’Italia di oggi.

Dunque, nella società senza regole che provengano da istituzioni e priva di valori collettivi, ma segnata dalla violenza dove “o ti fai ragione da te o sei ‘nessuno mischiato con niente’”, Cosa Nostra ha assolto, per lungo tempo, anche il compito di dare risposta in modo deviato e abnorme a un bisogno forte e inappagato di identità e di appartenenza, offrendo a vaste fasce della popolazione una possibilità di identificazione superindividuale alternativa a quella dello Stato e un progetto di vita concreto, una direzione esistenziale definita. Se l’uomo d’onore, attraverso la scelta dell’affiliazione, sperimenta una ‘identificazione diretta’ e immediata con il collettivo Cosa Nostra, vissuta come un io allargato, la donna, che è esclusa dal rito della ‘combinazione’, vive una identificazione riflessa con il collettivo Cosa Nostra, mediata dal proprio uomo (marito, figlio, fratello). Solo attraverso la superidentità acquisita dagli uomini con la combinazione formale le donne possono godere di una sorta di luce riflessa che, illuminando le loro vite, le sottrae all’ombra perenne dell’anonimato sociale conferendo loro un nuovo status. Nel quartiere, nella dimensione collettiva, esse acquistano per la prima volta una visibilità sociale. Se prima erano ombre, ora sono la ‘moglie’, la ‘figlia’, la ‘sorella’ del boss. Restano così in bilico tra due orizzonti di valori di orientamento etico entrambi connotati dalla chiusura verso qualsiasi possibile processo dialettico di confronto: l’autismo familiare del nucleo parentale e l’autismo sociale di Cosa Nostra vissuto per identificazione nei maschi della famiglia. Non viene offerta loro alcuna possibilità di evoluzione e di autonoma apertura verso la complessità del reale. Sono le vestali del familismo amorale”. La famiglia d’origine stringe le maglie attorno agli affiliati e, per le donne, l’unico spazio in cui possono identificarsi è quello delimitato dai ruoli familiari. L’uomo d’onore che collabora con la giustizia, dunque, priva le donne della famiglia, quindi del loro status e della loro identità, cioè di uno specchio sociale in cui riflettersi. Per questo motivo le donne di mafia osteggiano il fenomeno dei collaboratori di giustizia. Come avevamo già accennato, i ruoli tradizionali, non solo nel contesto di mafia, hanno sempre assegnato alla donna una posizione subalterna rispetto a quella dell’uomo. Prima dei movimenti di emancipazione, la realizzazione femminile non era consentita in nessun ambito sociale nè politico. Il luogo della donna era la casa, lo spazio domestico dove ella giocava il suo ‘potere’ confinato ai ruoli familiari i quali le garantivano uno status e la legittimazione sociale. Evidentemente, questo modello culturale, presente anche nelle organizzazioni criminali, ha favorito un’alzata di scudi da parte delle donne affiliate a Cosa Nostra. Il potere della mafia, anche se deriva dall’intimidazione e dalla violenza, per le donne ha rappresentato l’opportunità di farsi valere di fronte a un mondo che le ha sempre ignorate,  e che avrebbe continuato a ignorarle in quanto donne. Esse hanno utilizzato il potere mafioso per ‘brillare di luce riflessa’ e si sono opposte tenacemente quando questo potere stava ridimensionandosi sotto i colpi di scure della giustizia.

I processi evolutivi e di acculturazione, presenti nel contesto sociale, hanno provocato degli effetti, soprattutto nei confronti delle giovani donne scolarizzate e, in qualche modo, emancipate. Questi effetti hanno messo in luce le contraddizioni vissute dalle presenze femminili, spesso combattute tra l’appartenenza al contesto mafioso e la volontà di integrarsi alla società democratica. Va premesso, comunque, che, per l’uomo d’onore, la donna emancipata è ‘pericolosa’ poiché riesce a compiere scelte individuali che trovano riscontro nella sfera pubblica e nelle relazioni sociali ispirate agli ideali di democrazia e partecipazione. “Il pericolo costituito per Cosa Nostra dalle istituzioni pubbliche e dal messaggio emancipativo non viene certo sottovalutato dall’organizzazione: ne dà conto la reazione stizzita di Antonina Brusca che esclama in un’intervista: ‘E poi adesso hanno cominciato a strumentalizzare i picciriddi nelle scuole … e fanno un gran scandalo se un bambino se la piglia con un altro figlio di un infame di pentito’”. Certo, in questa circostanza, è davvero incredibile sentir parlare di strumentalizzazione dell’educazione.

“L’emancipazione femminile richiede un’assunzione di responsabilità, un’accettazione di sé come individuo: e questo processo di maturazione personale nel contesto mafioso è molto più arduo e difficile che in un contesto normale, perché le figlie e i figli dei mafiosi si trovano a combattere contemporaneamente sul piano degli affetti e sul piano della realtà materiale. Riappropriarsi di sé e rinnegare la mafia significa,il più delle volte, rinnegare il proprio padre, la propria famiglia”. Ne è un esempio la risposta di Maria Concetta Riina, figlia di Totò Riina. A chi gli chiede un’esplicita presa di posizione contro la mafia, replica mettendo in luce le sue difficoltà nel distinguere l’affetto per il genitore e il suo ruolo nell’ambito di Cosa Nostra. In questo caso, “l’affetto per il genitore sembra essere l’unica chiave di lettura per interpretare la realtà che la circonda e che viene a coincidere con l’ambito ristretto della sfera familiare”. Altre volte il conflitto non è rimosso, l’incapacità di elaborare un radicale mutamento esistenziale, provocato dalla scelta di distaccarsi dalla famiglia mafiosa, esplode in reazioni estreme. In questo modo possono essere letti alcuni tragici episodi, tra cui il suicidio di Rita Atria, una giovane donna che, in seguito alla morte del padre e del fratello, decise di collaborare con la giustizia. Si trovò di fronte due realtà contrapposte: da una parte il mondo dell’oppressione mafiosa, dall’altra la società civile e la legalità incarnata dal giudice Paolo Borsellino, cui affidò i segreti provenienti dall’ambito familiare. La madre, garante delle tradizioni mafiose, si oppose al cambiamento della figlia e la ripudiò. Dopo la morte di Borsellino, la giovane si suicidò e la madre profanò la sua tomba, punendo, in modo paradossale, la figlia e non gli assassini dei propri congiunti. Altri episodi simili sono il tentato suicidio di Agata di Filippo e la morte di Vincenzina Marchese, sorella del collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese e moglie di Leoluca Bagarella.

Questi episodi sono l’ennesima prova della distruttività di Cosa Nostra e di tutte le organizzazioni criminali. La violenza coercitiva che esercitano, il potere del vincolo che opprime le individualità è spesso talmente forte da annullare la forza attrattiva del mondo esterno e ogni possibilità di evasione. Come vedremo, la mafia, per mezzo delle donne, trova la sua legittimazione anche attraverso il culto religioso. Indagare il rapporto tra organizzazione criminale mafiosa e religione fa intuire il livello di problematicità del fenomeno mafioso, poiché, occorre dirlo, il connubio mafia-religione urta con qualsiasi principio di convivenza e cooperazione tra esseri umani. Le donne di mafia, difendo la struttura criminale o, al contrario, seguendo il movimento di emancipazione proveniente dalla società civile, hanno contribuito tutte a far emergere le contraddizioni della cultura mafiosa che, proprio perché è un’organizzazione criminale, ambisce a rimanere nell’ombra, servendosi dell’intimidazione e, dunque, dell’omertà. Ciò che emerge è la criticità dei modelli culturali, del tutto in contrasto con le leggi dello Stato, con il vivere civile. Lo studio del ruolo delle donne nella mafia ha portato alla luce la cultura mafiosa, quindi “un articolato sistema antropo-psichico”, il “sentire mafioso”, in cui l’arretratezza non soltanto economica, la sfiducia nei confronti delle istituzioni, la privazione delle condizioni essenziali per il benessere (istruzione, lavoro, inclusione in un sistema regolato da diritti e doveri di cittadinanza) hanno influito nella diffusione di un sentimento cieco di rivalsa nei confronti della legge. Forse, la legge non è stata uguale per tutti, parliamo delle differenze territoriali tra nord e sud nello sviluppo del Paese, anche se non tutti quelli che hanno subito ingiustizie poi sono diventati dei malviventi. Questi fattori hanno contribuito all’espansione della criminalità, che permea anche le relazioni interpersonali e, in qualche modo, incide sul territorio dove si radicano le organizzazioni mafiose. ‘La mafia non esiste’, ripetono sempre gli affiliati alle cosche, per poter agire indisturbati, perché nessuno punti lo sguardo su ciò che li definisce: un senso atavico di deprivazione, di sofferenza, di emarginazione, tanto forte da strutturare un mondo di morte. La cultura della vita, ci piace ricordarlo, e dell’impegno sociale si contrappongono alla cultura mafiosa, affinché pensare bene diventi una consuetudine, una norma etica essenziale al nostro vivere.

Manuela.

Scritto da Manuela

Ti è piaciuto? Ti suggeriamo questi articoli correlati...


Nessun commento

Aggiungi un commento

5 + 4 =