Mafia-Donna: il ruolo delle donne nella mafia

L’indagine sul ruolo delle donne, nell’ambito delle organizzazioni mafiose, in particolare Cosa Nostra, muove dal presupposto che quest’ultima non sia solo un’organizzazione criminale, ma un sistema “antropo-psichico”, il “sentire mafioso” nasce proprio nella famiglia (‘Mafia-Donna, le vestali del sacro e dell’onore, Teresa Principato, Alessandra Dino, 1997). Non è un caso che la mafia abbia ereditato [...]

14 gennaio 2012

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 Mafia Donna: il ruolo delle donne nella mafia

L’indagine sul ruolo delle donne, nell’ambito delle organizzazioni mafiose, in particolare Cosa Nostra, muove dal presupposto che quest’ultima non sia solo un’organizzazione criminale, ma un sistema “antropo-psichico”, il “sentire mafioso” nasce proprio nella famiglia (‘Mafia-Donna, le vestali del sacro e dell’onore, Teresa Principato, Alessandra Dino, 1997). Non è un caso che la mafia abbia ereditato alcuni termini dal codice familiare definendosi ‘famiglia’. Analizzare ciò che supporta le azioni criminali significa portare alla luce i modelli culturali e i disvalori mafiosi che, in qualche modo, giustificano questi comportamenti. Il ruolo della donna è determinante nell’ambito della cultura mafiosa, poiché è lei la maggiore se non l’unica responsabile della trasmissione di tali modelli culturali e disvalori. Tuttavia, la figura femminile nel contesto di mafia, è difficilmente omologabile e la sua posizione nell’universo mafioso è spesso contraddittoria. Un’indagine sulla questione delle figure femminili all’interno della famiglia mafiosa è utile per capire il funzionamento dell’organizzazione criminale, anche se la trattazione che segue non può fornire un’analisi completa di tutti gli elementi che costituiscono il fenomeno mafioso.

Nonostante l’alternarsi di diverse situazioni, alle figure femminili, nell’ambiente mafioso, è stata riconosciuta una dimensione che si è mantenuta pressoché costante: “quella di perno della famiglia di sangue, sul cui modello si struttura la ‘famiglia’ mafiosa; di indispensabile catena di trasmissione dei disvalori mafiosi ai figli; di custode ed elaboratrice dei codici culturali e dei principi su cui si basa l’organizzazione, tra i quali l’onore, la vendetta, l’omertà; di garante della reputazione dei propri uomini, di rafforzamento del potere delle cosche, soprattutto attraverso le strategie matrimoniali, rispetto alle quali viene trattata quasi come merce di scambio”. La funzione di “garante delle reputazione dei propri uomini svolta dalle donne di mafia strettamente strumentale all’esercizio del potere mafioso”. Infatti, solo l’uomo d’onore che dimostri di esercitare una ‘signoria’ sulla famiglia di sangue, può estendere tale dominio su tutto il territorio: “proprio al raggiungimento di tale obiettivo, coincidente con la conquista del prestigio’ mafioso, sono finalizzate le regole della morale sessuale che da sempre hanno governato Cosa Nostra, tra le quali, in primo luogo, l’assoluto divieto dell’adulterio, riguardante sia l’uomo sia la donna”. E’ interessante notare che le regole della morale sessuale, che determinano la rispettabilità, di cui abbiamo parlato, sono parte integrante della mentalità borghese, un sistema di valori e modelli culturali anch’esso molto strutturato su stereotipi maschili e femminili.

E’ evidente, dunque, l’estrema importanza dei compiti affidati alla donna nell’ambito della struttura mafiosa, anche solo nei tradizionali ruoli familiari di moglie, madre e figlia. Questo già sarebbe sufficiente per comprenderne la centralità per il funzionamento stesso dell’organizzazione, per il mantenimento delle tradizioni, del ricatto e del terrore mafioso e per la formazione delle nuove generazioni fra cui attingere i nuovo affiliati. Un cambiamento importante, per quanto riguarda il punto di vista del ruolo della donna all’interno della mafia, è avvenuto come conseguenza della crisi di Cosa Nostra e del fenomeno sempre più rilevante dei collaboratori di giustizia. Questo fatto ha incrinato lo stereotipo della donna sottomessa, ‘proprietà’ assoluta dell’uomo e del clan; è emersa, invece, una dimensione femminile attiva nei confronti delle cosche mafiose, sia quando le donne le hanno difese, sia quando hanno fiancheggiato gli uomini (i pentiti) e hanno collaborato anch’esse con la giustizia. Ciò ha contribuito a un capovolgimento di prospettiva, da parte dei magistrati, sulla figura femminile. Prima di allora, infatti, si riteneva che esistesse un’incompatibilità tra la concezione che la mafia aveva delle donne e il fatto che esse potessero avere un ruolo penalmente rilevante. Il presupposto, per spiegare il comportamento delle donne che hanno difeso Cosa Nostra dal fenomeno dei pentiti, è il loro utilizzo, da parte della mafia, al fine di porre rimedio alla crisi dell’organizzazione, sopravvenuta all’inasprirsi dei provvedimenti giudiziari. Ciò ha portato alla luce anche la ‘centralità sommersa’ della donna nell’organizzazione. Cosa Nostra, all’epoca dell’emergenza pentiti’, si è avvalsa dell’aiuto delle donne, affidando loro un ruolo importante, in una nuova strategia comunicativa. Lo studio delle situazioni comunicative permette di approfondire le ragioni per le quali proprio alle donne è stata data ‘voce’.

L’analisi delle diverse modalità di comunicazione utilizzate dall’organizzazione evidenzia il “passaggio da una strategia comunicativa basata sull’assenza della parola e sulla negazione dell’identità, a una nuova esigenza di esserci, di apparire, di comunicare. Testimone della cosiddetta ‘invisibilità’ della figura femminile è, tra gli altri, il collaboratore Leonardo Messina, il quale riferisce: ‘La donna non si è mai seduta intorno al tavolo per una riunione ma c’è sempre stata lo stesso. Molte riunioni si sono svolte in casa mia, o in  quella di mia madre o di mia sorella. Sentono tutto ma non possono dire nulla. Le donne sono portatrici di segreti.’ In contrasto con questo lungo periodo contrassegnato dall’unica dimensione loro consentita – quella di silenziose e invisibili tutrici dell’ordine e del sistema di valori di Cosa Nostra, uniformate e appiattite sulla figura dei loro compagni – la nuova strategia comunicativa dell’organizzazione le ha sempre più trasformate in decisivo ed efficace veicolo comunicativo nei confronti del mondo esterno. Quel che appare più rilevante è che ciò sia accaduto in coincidenza con una fase di grave crisi di Cosa Nostra, rappresentata da quella che abbiamo già definito ‘emergenza pentiti’. E infatti, di fronte a un complessivo mutamento del sistema sociale e di fronte a una crisi senza precedenti, Cosa Nostra, che, ormai, soprattutto dopo le stragi, non può più negare la sua stessa esistenza, tenta di recuperare il terreno perduto uscendo allo scoperto, lanciando messaggi che riconfermino e legittimino, ancora una volta, la propria autorità e il proprio controllo sul territorio, inviando precisi segnali di forza in risposta alla defezione e al ‘tradimento’ di tanti uomini d’onore. Non riteniamo casuale che attrici di questa nuova strategia comunicativa siano in prevalenza le donne, alle quali viene per la prima volta concesso di prendere la parola in difesa del sistema mafioso – così implicitamente rivendicando l’esistenza di un loro ruolo all’interno dello stesso – attraverso la scomunica e il disprezzo manifestati nei confronti di chi ha tradito e accusato”. Nello svolgimento di tale compito le donne si mostrano aggressive, tese a difendere un mondo di sopraffazione e di morte, spesso a sacrificare i propri figli e a maledire e insultare chi vuole liberarsi del vincolo mafioso. Ne è un esempio l’udienza, svoltasi durante il maxiprocesso, nel marzo del 1987, in cui le donne della famiglia di Vincenzo Buffa, uomo d’onore legato ai corleonesi, hanno inscenato una violenta protesta contro i giudici, accusandoli di presunte violenze contro il loro familiare, per indurlo a collaborare. Giovanni Falcone commentava così l’episodio: “Alcune donne, purtroppo non rare, non si sono ancora schierate con la cultura della vita. Penso alla moglie di Vincenzo Buffa, che aveva cominciato a collaborare con me. Ho commesso l’errore di permettergli di parlare con lei, come egli chiedeva insistentemente. E lei lo ha convinto a ritrattare, a rimangiarsi le sue dichiarazioni. Ha persino organizzato una specie di rivolta delle mogli nell’aula bunker del maxiprocesso a Palermo: piangevano, urlavano, protestavano a gran voce non contro quel Buffa che voleva infrangere l’omertà, ma contro i giudici che lo avevano ‘costretto’ a comportarsi in quel modo”.

Non ci sono dubbi che, soprattutto quando proviene da un contesto mafioso molto strutturato, la donna è stata e continua ad essere, un elemento di contrasto alla collaborazione degli uomini d’onore. A proposito, le osservazioni dello psicologo Innocenzo Fiore, desunte dal testo che stiamo trattando, fanno emergere che, proprio nel momento del pentimento, si mostra il potere che le donne esercitano sui loro uomini: “All’esterno esse appaiono totalmente dipendenti dal proprio uomo, mentre all’interno del nucleo familiare esercitano un potere che solo le loro reazioni al pentimento riescono a mostrare in tutta la sua valenza condizionante. La riuscita o meno del processo di pentimento molto dipende dallo schierarsi delle donne a favore o contro”. E, forse, tramite loro agisce la stessa organizzazione mafiosa, come rivela l’improvviso ‘materializzarsi’ delle donne di mafia, con le loro parole, le accuse; evidenziando la loro funzione conservatrice degli assetti e degli equilibri mafiosi. Ma, “chi ha conferito autorità e legittimazione a queste figure-ombra, a queste non-persone, così come tradizionalmente e per lungo tempo, la letteratura e la giurisprudenza sulla mafia hanno considerato le donne radicate nel contesto mafioso?”. Il cambiamento di scenario e, in parte, i mutamenti sociali che hanno riguardato il genere femminile, hanno portato a riconsiderare l’assenza di voce che contraddistingueva le donne di mafia, nella prospettiva del loro nuovo ruolo durante la crisi di Cosa Nostra.

La funzione profondamente conservatrice delle donne nell’organizzazione mafiosa, nei confronti degli equilibri di Cosa Nostra e in una situazione di crisi, crea perplessità. Come abbiamo visto, la criminalità organizzata ha improntato una nuova strategia comunicativa affidando alle donne il compito di ergersi a difensori dello status quo, dell’ordinamento mafioso. Chi meglio delle donne poteva svolgere questo compito? Indotte, come sono, dalla nascita, soprattutto in particolari condizioni sociali, economiche e culturali di disagio, a confrontarsi e identificarsi esclusivamente nei ruoli familiari. Ambiente, quello familiare, che rappresenta l’unica opportunità in cui potersi realizzare ed esistere, unica fonte di vantaggi e di riconoscimento sociale in termini di acquisizione di status. Alle donne nel sud Italia, ma non solo, forse, sono ancora negati alcuni tra i bisogni primari della persona: bisogni di socialità, di autoaffermazione e di accettazione sociale e di autorealizzazione che non provengano dall’appartenenza alla famiglia. Dunque, si parla di un condizionamento culturale improntato alla negazione dei valori femminili e degli aspetti femminili della persona. Ciò caratterizza la ‘famiglia’ mafiosa, ma il claustrofobico vincolo al sistema familiare è un fenomeno già rilevato e definito da Edward C. Banfield, politologo statunitense, ‘familismo amorale’, cioè un modello di famiglia, presente nel sud Italia, che si rivela una gabbia per i componenti e impedisce lo sviluppo del paese. Il familismo amorale potrebbe essere uno tra i fattori che hanno influito e influiscono nel meccanismo dell’oppressione femminile, tipica del sistema mafioso, ma che ha analogie con situazioni presenti in altri contesti. Questa oppressione, che si manifesta nella predominanza delle relazioni familiari su quelle extra-familiari, con una forma di forte controllo sessuale e di subalternità del genere femminile, dimostrata anche dal mancato riconoscimento della personalità e dei sentimenti considerati ‘delle donne’, potrebbe aver innescato la reazione di rivalsa delle donne di mafia. E’ possibile che Cosa Nostra abbia rappresentato la situazione ‘ottimale’ per le donne, attraverso cui rivendicare la loro presenza nel contesto mafioso. La segretezza, l’’invisibilità’ caratterizzanti le organizzazioni criminali che, in quanto tali, devono agire nell’ombra, presentano delle analogie con il comportamento femminile. La donna, in perenne attesa del suo ‘attestato di esistenza’ proveniente dall’esterno, ma privata delle parola, ha agito manipolando le situazioni e le persone, influenzandole nelle scelte, come è accaduto nei confronti dei familiari collaboratori di giustizia. La cultura e la voce femminili, in cui la brama di potere è l’ultima delle preoccupazioni, negate in specifici contesti, non sono paragonabili alle possibilità offerte alle donne di mafia. La strategia comunicativa, elaborata da Cosa Nostra, ha strumentalizzato le donne, portavoce delle cosche mafiose, non di valori positivi, i quali, forse, non hanno mai avuto la possibilità di sperimentare. Così, appare che la mancata integrazione nel tessuto sociale, la scarsità di risorse che caratterizza alcune zone disagiate, mietano vittime che poi diventano affiliati e affiliate ai clan mafiosi, dove, paradossalmente, trovano un’appartenenza, un sentimento di riscatto nei confronti della società che li ha emarginati. La ‘cultura della vita’, per citare le parole di Falcone, contrapposta alla cultura della morte. Cioè la mafia, dove la sopraffazione, il dominio e il potere bramati e ottenuti per mezzo di omicidi e pratiche illegali, indicano un mancato sviluppo economico, l’arretratezza culturale, che non è un termine offensivo, la mancanza di slancio vitale: questioni che interessano il sud Italia, ma forse, ormai, tutto il paese. Di questo, le donne di mafia sono state testimoni, con il loro comportamento. Le loro parole, nel bene o nel male, hanno contribuito a squarciare il velo di omertà che copre disuguaglianze sociali ataviche e la speranza, quando diventa un lusso per pochi. La speranza di poter migliorare è un sentimento che appartiene a tutti, come la dignità è un diritto inalienabile.

Manuela.

Scritto da Manuela

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