Mafia vs Società civile

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“A volte mi chiedo – e credo che dobbiamo farlo con rigore – se tra i ‘nemici’ della ‘lotta’ alle mafie non ci siano anche le associazioni antimafia, quando evitano le fatiche del lavorare insieme e sacrificano il ‘noi’ a interessi individuali o di gruppo”. Questa è una frase esplosiva tratta dal libro ‘La speranza [...]

7 gennaio 2012

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“A volte mi chiedo – e credo che dobbiamo farlo con rigore – se tra i ‘nemici’ della ‘lotta’ alle mafie non ci siano anche le associazioni antimafia, quando evitano le fatiche del lavorare insieme e sacrificano il ‘noi’ a interessi individuali o di gruppo”. Questa è una frase esplosiva tratta dal libro ‘La speranza non è in vendita’ di Don Luigi Ciotti. Il Presidente di Libera sferza gruppi, associazioni e cooperative, esortandoli a non “adagiarsi nell’autoreferenzialità, che è fatta anche di egoismi, di piccoli e grandi opportunismi, di comode convenienze”. Parole non accomodanti, come non se ne sentono spesso e che fa piacere sentire. Don Ciotti da più di quarant’anni si batte contro le mafie, quelle che hanno ucciso con l’eroine migliaia di ragazzi e che hanno assassinato centinaia di persone note e meno note, cui lui, con Libera, ha voluto dedicare un giorno all’anno e far sì che il coraggio, la lealtà e la speranza non siano morti con loro. Don Ciotti difende la legalità, quando va di pari passo con la giustizia sociale. E, allora, dovremmo chiederci, quando arrivano gli immigranti per mare dobbiamo accoglierli o rimandarli a casa, oppure lasciarli in mezzo al mare? Un argomento attuale, trattato da E. Crialese nel suo ultimo film: ‘Terraferma’. Il ‘noi’, cui si riferisce Don Ciotti, non indica una corporazione nè un gruppo chiuso, cioè un unico ‘io’ che  si moltiplica. Il ‘noi’ sono le unicità e le diversità che si uniscono: “Diversi come esseri umani, uguali come cittadini”. Superare la crisi, che è soprattutto crisi morale, si può, se non si scambierà più la speranza con l’illusione elargita dall’alto con un sorriso”, afferma il Presidente di Libera. Perché la speranza è fatica, progetto, costruzione. Le radici della crisi sono profonde, infatti l’autore cita una manifestazione contro la mafia a Locri nel 1970 e una denuncia della democrazia dell’applauso, firmata da Norberto Bobbio. Sperare significa mettersi in gioco, vedere la realtà e non farsi scoraggiare, ma credere nelle proprie idee e impegnarsi (dal ‘Fatto quotidiano’).

A proposito di mafia, anticipiamo il prossimo argomento che riguarda il ruolo delle donne nell’ambito dell’organizzazione di Cosa Nostra. ‘Mafia-Donna, le vestali del sacro e dell’onore’ (1997) è un testo scritto da Teresa Principato, componente della Direzione Distrettuale antimafia, che ha condotto importanti indagini sulla criminalità organizzata e da Alessandra Dino, docente presso la Facontà di Scienze della Formazione nell’Università di Palermo. La volontà di indagare il ruolo della donna nell’ambito dell’organizzazione mafiosa scaturisce dal fatto che “Cosa Nostra sia non solo un sistema criminale, ma anche un compiuto e articolato sistema antropo-psichico: il ‘sentire mafioso’, nel quale l’organizzazione criminale ha le sue radici, nasce proprio dalla famiglia e non è certamente casuale che la mafia abbia tradizionalmente mutuato termini tipici del codice familiare (la ‘famiglia’ nel gergo mafioso è la prima cellula della struttura verticistica nella quale si sostanzia l’organizzazione; Cosa Nostra, pur essendo una società segreta riservata esclusivamente agli uomini, viene definita ‘mamma’ dai suoi membri)”. Questa valutazione ha portato ad approfondire le dinamiche delle relazioni interpersonali, ciò che accade negli affetti e nei processi di crescita e socializzazione di un individuo radicato in un contesto mafioso, al punto da renderlo indifferente nei confronti della vita, “convinto detentore di un diritto-potere di decidere della vita e della morte di altri, sicuro assertore della necessità di utilizzare l’assassinio come mezzo ordinario per la realizzazione degli scopi dell’associazione di cui fa parte e per l’affermazione del suo personale dominio”. Questa è un’analisi, che al di là dei delitti efferati compiuti dagli uomini di mafia, mette in evidenza ciò che costituisce il supporto e la premessa dell’azione criminale. Esaminando il processi che hanno determinato la formazione e l’acquisizione dei disvalori mafiosi, l’impostazione ideologica e culturale dell’’uomo d’onore’, si arriva ad individuare il ruolo della donna nella cultura mafiosa. Infatti, in quel contesto ella è la maggiore se non l’unica responsabile della trasmissione di quei modelli culturali, ed è un compito che non può essere sottovalutato, dal momento che “una delle più specifiche connotazioni di Cosa Nostra è stata ed è tuttora quella di riprodurre se stessa attraverso la riproduzione della propria cultura”. Le donne, nell’ambito dell’organizzazione Cosa Nostra, non svolgono solo la funzione riproduttiva e di trasmissione di modelli culturali mafiosi. Infatti, il loro ruolo è determinato da una “nuova strategia comunicativa di Cosa Nostra, che avrebbe consegnato alle donne la funzione di difesa dell’organizzazione nei confronti del mondo esterno”. Anche questa interpretazione conduce a riconsiderare il ruolo puramente familistico e marginale, e a parlare di una vera e propria “centralità sommersa” delle donne nell’organizzazione mafiosa.

Il ruolo delle donne nella mafia è stato per lungo tempo sottovalutato o addirittura ignorato. “Nelle indagini e nelle pubblicazioni in materia di criminalità organizzata dominava lo stereotipo della donna sottomessa, priva di individualità e schiacciata in una posizione di appartenenza all’uomo e al clan che le impediva ogni autonomia decisionale. Per anni i magistrati hanno ritenuto che esistesse un’incompatibilità tra la concezione che la mafia nutriva del ruolo delle donne e la possibilità che esse avessero ruoli pienamente rilevanti. Le donne, soggette alla legge mafiosa, finivano per non essere considerate neppure pienamente complici”. Anche se il testo non è recentissimo, è utile perché il ruolo delle donne all’interno della famiglia mafiosa consente di indagare a fondo la logica interna di quelle organizzazioni e di osservarne lo sviluppo. Questo cambiamento di prospettiva è stato possibile nel momento in cui le donne di mafia hanno cominciato a parlare. E lo hanno fatto nel momento di crisi acuta della mafia, cioè quando le rivelazioni dei pentiti, hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa dell’organizzazione. Dunque, le donne sono uscite allo scoperto nel momento in cui ‘famiglia di sangue e famiglia mafiosa’ sono entrate in conflitto. Lo squilibrio si è creato quando l’uomo (marito, fratello o figlio) ha deciso di collaborare con la giustizia. Ciò ha imposto alla donna di prendere una posizione e di schierarsi con una delle due ‘famiglie’. La necessità per le donne di mafia di rivendicare una propria appartenenza sembra corrispondere all’evoluzione del ruolo della donna nella società contemporanea. Questi mutamenti hanno prodotto due diverse forme di emancipazione. In molti casi, le donne di mafia, invece di liberarsi non solo del dominio maschile, ma di tutta l’organizzazione criminale, si sono sostituite ai loro uomini, identificandosi con i valori negativi che avevano subito. In altri casi, il nuovo ruolo della donna ha avuto esiti contrari: sono state molte le donne che hanno deciso di collaborare con la giustizia. Comunque, il loro agire è stato condizionato dall’organizzazione criminale nel primo caso e da quello dell’uomo nel secondo. Forse, ciò è accaduto perché la realtà di un’organizzazione mafiosa è diversa da quella della società civile e, presumibilmente, le condizioni dell’emancipazione femminile sono anch’esse molto diverse.

Manuela.

Scritto da Manuela

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