Fascismo e sessualità (‘Sessualità e nazionalismo’)

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Il nazionalismo, la rispettabilità, la virilità e l’ideale femminile, la riscoperta del corpo e il razzismo furono aspetti del nazionalsocialismo che, come sostiene G. L. Mosse, è un esempio dell’alleanza tra rispettabilità e nazionalismo (‘Sessualità è nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità’, G. L. Mosse, 1982). A sua volta il nazionalsocialismo fu uno degli aspetti del [...]

2 gennaio 2012

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Il nazionalismo, la rispettabilità, la virilità e l’ideale femminile, la riscoperta del corpo e il razzismo furono aspetti del nazionalsocialismo che, come sostiene G. L. Mosse, è un esempio dell’alleanza tra rispettabilità e nazionalismo (‘Sessualità è nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità’, G. L. Mosse, 1982). A sua volta il nazionalsocialismo fu uno degli aspetti del fascismo europeo. Per questo, l’autore lo colloca in un più ampio contesto. Il rapporto tra fascismo e sessualità non fu propriamente conflittuale: “La posizione del fascismo nei confronti della sessualità non fu di mera oppressione, benché ogni tipo di fascismo abbia cercato di rafforzare la distinzione tra normale e anormale e di preservare la distinzione del lavoro tra i sessi. Il fascismo era l’opposto di quello che Ezra Pound chiamava ‘un’indefinita incertezza’ sia nelle relazioni sociali che in quelle politiche o sessuali: il cosiddetto stile fascista pretendeva un rigore formale che non consentiva ambiguità o vaghe definizioni”. Bisogna, comunque, distinguere tra fascismo al potere e fascismo come movimento.

Come fascismo che lottava per il potere, “il fascismo possedeva un dinamismo diretto contro l’ordine esistente delle cose; esso intendeva distruggere e conservare, al medesimo tempo la società borghese. In questo caso, il fascismo fu il proseguimento della rivolta giovanile del XIX secolo, che era una rivolta diretta non contro le condizioni sociali o economiche, ma contro lo stile di vita dei genitori. Il nazionalismo divenne uno strumento mediante il quale molti giovani soddisfecero  la propria  ricerca dell’autentico scagliandosi, per esempio, contro la cosiddetta artificiosità della vita borghese e fornì pure una fede dinamica che prometteva sia vita in comune che autorealizzazione”. Il movimento per la riscoperta del corpo, nato in Germania, “rappresentò un aspetto di quella ricerca dell’incorrotto per liberare l’uomo dalla sua gabbia dorata e ricondurlo alla natura”. L’impatto di questa riscoperta, però, fu attenuato trattando il corpo come immagine simbolica della natura, della nazione, della trascendenza e della sessualità. Invece, fu la prima guerra mondiale a porre una nuova sfida alla rispettabilità. Infatti, la generazione del 1914, composta di volontari che si arruolarono nell’esercito, manifestò il desiderio di una purezza morale da contrapporre alla licenziosità e alla falsità borghesi. Il pericolo per la rispettabilità, come abbiamo visto, venne dal culto della gioventù e della bellezza e da un fattore intrinseco alla guerra stessa. “Lo stato di guerra sul fronte occidentale creò un nuovo sentimento di solidarietà tra coloro che convivevano nelle trincee: quella comunità di affini, che molti avevano cercato in una società sempre più ristretta, sembrò allora diventare reale, se non per tutti almeno per molti di coloro che combatterono nelle trincee. Era questa una comunità i uomini, un Männerbund, simbolo di forza e di devozione, all’interno del quale gli uomini mettevano alla prova la propria virilità; da qui si sprigionò una tendenza che si perpetuò nel dopoguerra, quando il bisogno di vivere in comune sembrò farsi maggiore di quanto non lo fosse stato in precedenza. Per questo subito dopo il conflitto, uno dei capi dei veterani di guerra tedeschi parlò di una Chiesa invisibile all’interno della quale gli uomini potevano ritrovarsi nell’amore e nella fede, ‘con i reduci del fronte come sacerdoti e la foresta tedesca come altare’. Per quanto esagerata, questa non fu che una delle espressioni di costante nostalgia per il cameratismo nella quale si era trasformata l’esperienza della guerra”. I modi bruschi e rudi usati dai camerati in tempo di guerra finirono per diventare il simbolo della vera virilità contrapposta agli smidollati che guidavano la nazione. Questi uomini volevano prendere il potere e ostentavano una certa indifferenza per le esigenze della rispettabilità. “Il Männerbund fu essenziale nel determinare la concezione dello Stato e della società di molti reduci, e molti di essi furono portati a confondere la preoccupazione per la propria virilità con la forza dello Stato”.

“Il fascismo si fondò sulla perpetuazione della condizione bellica in tempo di pace e si presentò come una comunità di uomini. Il suo tipo ideale era costituito dal membro delle truppe d’assalto in Germania e dall’ardito in Italia, da soldati cioè che avevano guidato l’assalto contro il nemico. Gabriele d’Annunzio in Italia, glorificò gli arditi utilizzandone l’emblema, la fiaccola nera,per esortare alla rigenerazione individuale e nazionale. Ernst Jünger, in Germania, definì questi soldati del fronte ‘una nuova razza di uomini’, temprati come l’acciaio e con occhi avvezzi a orrori indicibili”. Altri desiderarono prolungare la guerra in tempo di pace come ulteriore dimostrazione della propria virilità. La ricerca di una ininterrotta condizione di guerra, intrapresa da una nuova razza di uomini, avrebbe potuto mietere vittime tra le file della rispettabilità sul campo di battaglia. “Il fascismo che aspirava al potere doveva stare in guardia: aveva bisogno di questi reduci del fronte per ingaggiare la guerra civile contro il governo parlamentare, e per questo si sforzò di rappresentarne gli ideali e le aspirazioni; ma cominciò a dipendere in maniera sempre più cospicua dal sostegno della borghesia, che desiderava vedere ripristinati l’ordine e la moralità, soprattutto quando fascismo e nazionalsocialismo cominciarono a mettere in rilevo il loro ruolo di partiti politici e parlamentari”.

La nuova razza di uomini di cui scriveva Enrst Jünger aveva l’ideale della lotta, ingaggiata contro tutti, ma, al tempo stesso, era disciplinata: “formata da tipi piuttosto che da individui”. Dopo il 1918 questi tipi vennero definiti operai anziché soldati. Essi formarono un’avanguardia antiborghese: “L’operaio’, a contatto con le forze essenziali della morte, del sangue, della terra, avrebbe assunto il controllo del progresso tecnico, della macchina, degli strumenti, cioè determinanti la società del futuro. Il suo perseguimento del potere, il suo disprezzo per lo sfogo ‘femminile’ della società borghese di riconciliare gli opposti, fa dell’operaio l’erede, in tempo di pace, del mito dell’esperienza di guerra: una nuova aristocrazia che supererà il limite tra ordine e anarchia”. Questo era il programma del nuovo movimento, per il quale ciò che contava era una nazione che incarnasse l’energia vitale, ciò uno stile di vita, che contava di più della ricerca di sicurezza del decadente ordine borghese. Si suppose che l’operaio di Jünger fosse l’esempio migliore dell’apoteosi della virilità; “Jünger rese espliciti gli atteggiamenti che erano largamente diffusi tra i soldati del fronte tornati in guerra; comportamenti simili si ritroveranno tra gli squadristi in Italia e in molte delle cosiddette squadre d’azione degli altri movimenti fascisti. L’intrinseca contraddizione tra esigenza d’azione e mantenimento della disciplina appartenne a tutti i fascismi e ne determinò anche l’atteggiamento verso la sessualità. La trasformazione del reduce del fronte in uno stereotipo renderà più facile il controllo sui suoi usi e costumi, perché esso verrà subordinato alla disciplina di gruppo. Tuttavia, occorrerà ancora del tempo per utilizzare e controllare effettivamente questa nuova razza di uomini, i quali, pur intendendo integrarsi nella comunità nazionale, si curavano poco degli usi e costumi convenzionali”.

Il problema di fare di questi uomini delle persone rispettabili senza sminuire la vivacità politica, utile nella lotta contro l’avversario, fu risolto più facilmente in Italia che in Germania. La giovane avanguardia, che si pose alle origini del fascismo italiano, invocò una maggiore libertà sessuale e, considerando il patrimonio sindacalista e futurista, il fascismo garantì molti più sbocchi alla creatività individuale rispetto al nazionalsocialismo. Fu anche meno rigoroso sul piano degli usi e dei costumi: “la divisione del lavoro fu meno rigida; le donne in alcuni momenti furono incoraggiate a intraprendere delle nuove, e fino allora proibite, professioni. Così, in aperto contrasto con il nazionalsocialismo, il fascismo, anche se contro i suoi scopi dichiarati, aprì le porte dell’università alle donne: fu loro permesso di studiare discipline quali la fisica, la chimica, la matematica e l’ingegneria. Durante la seconda guerra mondiale, il giornale ufficiale delle donne naziste pubblicò quest’elenco, commentando che l’acquisizione di quelle specializzazioni aveva reso più facile l’integrazione delle donne italiane nello sforzo bellico. La rivista trascurava di indicare gli svantaggi che le donne tedesche dovevano affrontare rispetto alle consorelle fasciste. Lo stesso Mussolini, come primo ministro, presenziò all’incontro di Roma del 1923 dell’International Women’s Suffrage Alliance”.

La liberalità del fascismo italiano non va, però, sopravvalutata, la concezione che aveva della donna non era differente da quella dei vari fascismi europei. “Si riteneva che le donne italiane, come quelle tedesche, dovessero fare figli e dare prova di sé come mogli, come madri, e custodi della vita familiare”. Per Mussolini la donna aveva solo un compito: “essere bella e donare piacere”. Nel privato, le concezioni di Hitler e Mussolini riguardo al genere femminile erano simili. In Germania le donne avevano ottenuto diritto di voto dopo la prima guerra mondiale, mentre in Italia, a coloro che possedevano un lavoro o si occupavano dei figli, era concesso il voto nelle elezioni locali. “E’ significativo, che Mussolini stesso, se avesse potuto fare di testa sua avrebbe tolto il voto alle donne che vivevano in scoperto adulterio: nonostante tutte le sue amanti, egli continuò a comportarsi come un perfetto uomo di famiglia”. “Il codice penale fascista prevedeva pene severe in caso di adulterio e per coloro che convivevano senza essere sposati. L’apparenza di rispettabilità era importante tanto per il fascismo quanto per il nazionalsocialismo, costituiva parte integrante della rigenerazione morale ella nazione, ma nella pratica fu applicata molto meno coerentemente. Il fascismo con il suo miscuglio di sciovinismo, futurismo e sindacalismo, poteva tollerare una maggior varietà culturale rispetto al nazionalsocialismo, che si basava su un nazionalismo razzista e angustamente völkisch. In questo caso, come nel caso delle arti, Hitler dovette farsi carico di un alleato che sembrava tollerare e anche, di tanto in tanto, incoraggiare quel che egli personalmente odiava e reprimeva”. Comunque, la necessità di mantenere la rispettabilità fu la stessa, così come quella di incanalare i modi rudi delle squadre d’assalto che rappresentavano le origini di questi movimenti fascisti. Il fascismo dovette mantenere la rispettabilità perché aveva bisogno del consenso della borghesia. Lo studio di G. L. Mosse prende in esame, oltre alla Germania, il fascismo italiano e altri movimenti europei. E’ ciò di cui parleremo. Comunque, è chiaro che la rispettabilità non può essere considerata in base all’uso che ne fecero il razzismo e il fascismo, poiché, come sostiene G. L. Mosse, “non si può giudicare un sistema di pensiero sull’abuso che si fa di esso”. La rispettabilità, che nel Settecento si affermò come la moralità borghese, finì per essere considerata, nel secolo successivo, la moralità di ognuno. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre tenere presente la funzione del concetto di rispettabilità. Le società, infatti, necessitano di coesione e, non solo le dittature, ma anche i governi parlamentari non possono funzionare senza. “La rispettabilità garantì alla società un cemento vitale, importante, per il modo di considerare gli uomini  e le donne, quanto gli interessi economici e politici”. Per questo le dittature e i governi che volevano il potere, utilizzarono tatticamente la rispettabilità, riscossero consensi e trovarono una conformità cui imporsi per il comando. In questa ottica va letto il rapporto tra rispettabilità, società e le forme di governo che si sono avvicendate.

Manuela.

Scritto da Manuela

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