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Stereotipi razziali e sessualità (‘Sessualità e nazionalismo’)
Nazionalismo e rispettabilità, come abbiamo visto, nel corso degli ultimi due secoli, hanno avuto un ruolo considerevole nella formazione delle società moderne. Il razzismo, che si sviluppò agli albori del XX secolo, istituendo la figura dell’’estraneo’, “conferì una nuova dimensione di immutabilità a quel conformismo fondamentale per la rispettabilità e per la nazione” (‘Sessualità e [...]
30 dicembre 2011
Nazionalismo e rispettabilità, come abbiamo visto, nel corso degli ultimi due secoli, hanno avuto un ruolo considerevole nella formazione delle società moderne. Il razzismo, che si sviluppò agli albori del XX secolo, istituendo la figura dell’’estraneo’, “conferì una nuova dimensione di immutabilità a quel conformismo fondamentale per la rispettabilità e per la nazione” (‘Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità’, G. L. Mosse, 1982). E’ importante sottolineare la base teorica su cui poggiavano quelle ideologie, vere e proprie razionalizzazioni delle paure e dei desideri proibiti della società del tempo. Dopotutto, il consenso delle masse ai regimi totalitari fu dovuto anche alla manipolazione propagandistica, per mezzo della quale sostanziarono le argomentazioni razziste con teorie che occultavano del tutto la loro base ideologica. Abbiamo già citato ‘Sesso e carattere’, il trattato razziale scritto nel 1900 da Otto Weininger che influenzò le opinioni di Hitler e di molto altri razzisti. Quest’opera è un esempio di come fu possibile costruire l’immagine dell’altro, dell’’estraneo’, rendendolo uno stereotipo credibile, nascondendo l’artificialità di ogni classificazione e i pregiudizi che la alimentano. Quindi, il prodotto di una cultura che rifletteva le sue caratteristiche nell’oggetto (una categoria di individui) che pretendeva di definire. Otto Weininger era un ebreo che odiava la sua stirpe e, allo stesso modo, odiava le donne. In ‘Sesso e carattere’ distingueva rigorosamente le caratteristiche maschili da quelle femminili e associava le donne agli ebrei nella loro presunta mancanza di senso morale. In questo modo Weininger disumanizzava le donne e gli ebrei, descrivendoli creature prive di qualsiasi emozione e passione. Essi, infatti, come gli omosessuali “mancavano di creatività e delle capacità di apprezzare quanto c’è di autentico nella vita”, cioè i valori ritenuti immutabili, contrapposti a tutto ciò che non era definibile e che apparteneva alla molteplicità del reale. Le donne, gli ebrei, gli omosessuali per l’autore di ‘Sesso e carattere’, rappresentavano l’alterità. I valori femminili e il fascino, minacciavano non solo la rigida divisione tra i sessi, tanto è vero che Weiniger non li menzionò neppure. Per questo il trattato ‘Sesso e carattere’ è interessante. Esso non solo fa emergere con evidenza una falsa ideologia. Ma, come sostiene G. L. Mosse, per quanto riguarda l’immagine della donna, l’autore “trasforma l’ideale ottocentesco della donna in forza perversa del tutto estranea a chi aveva costruito quest’immagine, pur richiamandone il concetto romantico di femme fatale”. E’ da aggiungere che le opinioni di Weininger non scaturivano dal nazionalismo, ma riflettevano le sue paure, in particolare quella per la propria bisessualità. E, se ogni essere umano possiede qualcosa di femminile e qualcosa di maschile, come aveva affermato, “egli stesso poteva difettare di mascolinità”. Ciò nonostante il suo libro venne utilizzato dal nazionalismo perché forniva una base psicologica al razzismo. In un’epoca in cui discutere teoricamente della sessualità stava diventando un atteggiamento rispettabile, coloro che propendevano al razzismo vi trovarono degli argomenti alla moda, sia dal punto di vista emotivo che scientifico. Il successo che ebbe il libro di Weiniger anche tra i non nazionalisti è sconfortante. L’odio verso se stesso come ebreo e il suicidio dopo la pubblicazione del trattato aumentarono la sua notorietà.
Evidentemente, le teorie di Weininger furono determinate dalle sue opinioni. Ciò che interessa è il modo in cui esse riuscirono a convincere la gente, cioè in generale come gli stereotipi divennero verità, eludendo il fatto che, invece, erano frutto di un’ideologia. Capire questo sarebbe particolarmente importante dal momento che l’’estraneo’ (il nero, l’ebreo, la donna, l’omosessuale, ecc.) in realtà aveva le caratteristiche che appartenevano alla cultura che aveva creato quell’immagine. Ci si chiede come sia stato possibile che la coscienza collettiva abbia trasferito su altri delle peculiarità che non voleva riconoscere proprie. Cioè, come sia stato possibile per una collettività privarsi di una coscienza, espropriarsi di qualcosa di sé a tal punto da sentire il bisogno di attribuirlo a individui e definirli addirittura degli ’estranei’. La pretesa non è quella di dare una risposta al quesito posto. Il perché abbiano avuto successo gli stereotipi razziali è stato menzionato a grandi linee. Infatti, colui che, agli occhi della collettività, rappresentava l’’estraneo’, serviva perché rafforzava i valori, gli interessi e la mentalità borghese. Che, poi, la non conformità alle regole era dovuta ai pregiudizi e non a una volontà oggettivamente sovversiva da parte dell’estraneo, è un fattore che conferma la limitatezza di quelle ideologie e della realtà che presentavano come vera. Inoltre, è possibile che respingendo tutte le sue qualità indesiderabili e che temeva, la società fu facilmente convinta dalle ideologie del tempo ad attribuirle all’’estraneo’, una figura che la stessa società aveva costruito. Il come sia accaduto questo è qualcosa che stiamo tentando di capire.
Il razzismo all’inizio del XX secolo si servì della nozione di sessualità che proveniva dal concetto di rispettabilità per avvalorare gli stereotipi razzisti. Tutti colori che erano ritenuti estranei minacciavano la rispettabilità, fondamento della società borghese e considerati dei rivoluzionari quanto coloro che salivano sulle barricate. “Gli atteggiamenti nei confronti degli estranei penetrarono nel profondo della struttura sociale, fino al punto che molte vittime sembrarono accettare il proprio stereotipo cercando di aggirarlo integrandosi nell’ordine costituito; un’integrazione di questo genere significava, comunque, accettare il proprio stereotipo, non solo lo stile di vita borghese ma l’esistenza stessa di uno stereotipo dell’estraneo, cioè di se stessi”. Gli omosessuali cercarono di integrarsi “esibendo la propria virilità e la propria attitudine alla professione militare. Nello stesso modo gli ebrei cercarono di accentuare la propria rispettabilità e il proprio sentimento patriottico, anche se lo sforzo reale di superare la condizione di estranei finì per conferire loro una tradizione di liberalismo e di tolleranza che in Germania resistette fino alla fine. Il nazionalsocialismo pose fine al tentativo di integrazione perpetrato dall’estraneo, mentre in Inghilterra la lotta continuò; ovunque l’estraneo si trovò a confrontarsi con una società che dipendeva dalla conservazione tra integrato e estraneo, ritenuta essenziale per la divisione tra i sessi e tra normalità e anormalità”. Il nazionalsocialismo esasperò la situazione e si affermò come risultato del nazionalismo e della rispettabilità e accorpò l’ideale di virilità e l’ideale femminile, il razzismo e la riscoperta del corpo. Ma, essenzialmente fu il prodotto dell’alleanza tra nazionalismo e rispettabilità. Il nazionalsocialismo fu uno egli aspetti del fascismo europeo e lo studio di G. L. Mosse lo colloca in questo più ampio contesto.
Manuela.













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