L’anno che verrà…

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Durante le feste del duemila ci si chiede che fine abbia fatto l’energia che animava lo spirito degli italiani/e qualche decennio fa. Dove è finita la volontà di contestare la cultura che ha portato il mondo allo sfacelo: l’arricchimento di alcune classi sociali e lo sfruttamento di altre, la brama di potere, gli stereotipi razziali [...]

27 dicembre 2011

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Durante le feste del duemila ci si chiede che fine abbia fatto l’energia che animava lo spirito degli italiani/e qualche decennio fa. Dove è finita la volontà di contestare la cultura che ha portato il mondo allo sfacelo: l’arricchimento di alcune classi sociali e lo sfruttamento di altre, la brama di potere, gli stereotipi razziali e sessisti, le false ideologie che hanno legittimato i genocidi. Si pensava che dal fallimento di quei modelli potesse rinascere una nuova società. L’onda lunga dei movimenti di contestazione del ’68 è arrivata lontano, ma poi si è infranta nelle spiagge sconfinate e deserte del disincanto generale. Il benessere economico ha fomentato nuove illusioni e false ideologie secondo cui, a un tenore di vita più alto, doveva corrispondere una completa realizzazione di sè. Ma, non è stato così, poiché alla formazione di una cittadinanza consapevole e responsabile contribuiscono un insieme di fattori. Man mano che questi fattori hanno perso importanza è aumentato il valore, non solo reale, ma anche simbolico del denaro. Il fatto di possederne, in questi ultimi anni, è stato, forse, l’unico requisito che abbia legittimato il diritto di cittadinanza, l’appartenenza alla collettività, ormai priva di altri valori condivisi. Ultimamente si è fatto ricorso al concetto di bene comune ed è parso un tentativo estremo per salvare il salvabile: quel che rimane della coesione sociale e della vera solidarietà tra esseri umani. Allora, si è pensato che l’accumulazione di oggetti di consumo, la macchina, le vacanze estive, gli abiti griffati per darsi un tono in società, magicamente, avrebbero fatto di noi delle persone sagge e che avremmo sviluppato senza fatica una coscienza del sé, in grado di guidarci nelle scelte di vita. E che, altrettanto magicamente, questi status symbol ci avrebbero reso felici. Evidentemente, non è bastato prendere il modello di famiglia tradizionale e metterci intorno dei beni di consumo per costruire relazioni sincere né avere il brevetto di consumatori per capire qualcosa della realtà in cui siamo vissuti.

La mentalità borghese, che tenta di regolare questo paese e che immola tutto: desideri, amori e sogni all’ordine costituito, è rimasta quella che la borghesia illuminata e contestatrice voleva modificare. Ora, come abbiamo visto, in mancanza di un’élite con funzioni di leadership, il ceto medio ha preso il posto di comando, soprattutto per quanto riguarda le decisioni politiche, cioè la manifestazione della volontà popolare attraverso il voto. Perciò, non risulta strano se, in questi ultimi anni, una parte della politica abbia accontentato i suoi elettori assicurando loro dei privilegi e un certo benessere economico. Quello stesso ceto medio scimmiotta ‘vizi privati e pubbliche virtù’ della classe media, affermatasi negli ultimi due secoli (un argomento di cui abbiamo parlato e di cui parleremo). In questo contesto risulta particolarmente interessante il ruolo delle donne, che sembra rimasto quello di ‘mogli, madri e custodi della vita familiare’ (‘Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità’, G. L. Mosse, 1982), come ai tempi del fascismo e la volontà di ostacolare qualsiasi cambiamento radicale del sistema sociale economico e politico di questo paese. Cioè, il conservatorismo appare più che mai stridente in un’epoca nuova, che chiede a gran voce riforme importanti per la crescita non solo economica dell’Italia. Il fatto che tutto rimanga com’è dà certezze, di certo non positive. Affrontare l’ignoto, invece, genera timore, ma anche speranza e fiducia nel futuro e riattiva l’energia indispensabile per viverlo.

Manuela.

Scritto da Manuela

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