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Educazione sessuale e cittadinanza
Tutti gli esseri umani hanno un corpo, un corpo sessuato, diverso per maschi e femmine e concepito per l’attività sessuale. Prendere atto di questo significa rendere possibile e auspicabile l’educazione alla sessualità. La negazione della sessualità e il silenzio su questo aspetto importante del nostro essere ha una funzione educativa, a suo modo, che va [...]
14 dicembre 2011
Tutti gli esseri umani hanno un corpo, un corpo sessuato, diverso per maschi e femmine e concepito per l’attività sessuale. Prendere atto di questo significa rendere possibile e auspicabile l’educazione alla sessualità. La negazione della sessualità e il silenzio su questo aspetto importante del nostro essere ha una funzione educativa, a suo modo, che va oltre la semplice repressione, affidando alla clandestinità sentimenti, emozioni e interrogativi che invece dovrebbero essere elaborati in modo chiaro e ponderato per crescere. Per questo l’educazione sessuale dovrebbe diventare parte di un percorso di formazione scolastico che accompagna i ragazzi e le ragazze. L’attuazione di questo progetto potrebbe coinvolgere non solo i giovani, ma anche i genitori e gli insegnanti in un dibattito aperto sia nelle scuole sia a casa. Ciò aiuterebbe ad eliminare gli stereotipi e i ruoli di genere, cioè i modelli precostituiti intorno alle possibilità che i sessi hanno per relazionarsi tra loro. Inoltre, l’educazione sessuale nelle scuole e la possibilità per i giovani di discuterne liberamente con i genitori, aiuterebbe gli stessi ragazzi/e a prendere coscienza di sé, dell’appartenenza sessuale e della sessualità che sono fasi importanti dello sviluppo. Non si tratta di fornire esclusivamente competenze tecniche che riguardano l’apparato riproduttivo e quindi l’andrologia o la ginecologia. Ma si tratta di fornire le risposte alle domande che pone ogni adolescente, maschio o femmina. Risposte che aiutano a capire sia razionalmente sia emotivamente cosa sono i desideri, i sentimenti che maturano e cambiano con il corpo, un processo evolutivo che comprende tutta la vita. Le domande e le risposte aiuterebbero i ragazzi a capire qual è il loro posto nel mondo, le loro emozioni e a costruire la propria identità legata al genere, a relazionarsi con gli altri nel rispetto della specificità di ciascuno.
Tacere sulla sessualità degli adolescenti o addirittura censurarla non aiuta a crescere. Non aiuta neppure a sviluppare rapporti equilibrati tra i sessi tantomeno a difendersi da rapporti incestuosi e pedofili. Infatti, se la sessualità appartiene al non dicibile e non viene integrata nella costruzione di sé, si diventa facilmente preda di pulsioni che non si sanno gestire anche per quanto riguarda quelle altrui. E la distinzione tra offerta di amore e l’abuso di una posizione di potere non viene compresa per mancanza di strumenti di elaborazione. Chi ostacola l’educazione sessuale ha l’atteggiamento che i conservatori avevano nei confronti dell’istruzione per le classi subalterne o le donne. Secondo la mentalità conservatrice era meglio non far sapere, non informare fornendo mezzi di conoscenza, perché ciò avrebbe portato le classi inferiori o le donne a voler cambiare le cose e a criticare lo status quo. Chi teme od ostacola l’educazione sessuale lo fa sia perché una maggior consapevolezza porterebbe le nuove generazioni a costruire relazioni più autentiche basate sulla reciprocità, superando gli stereotipi sessuali e i ruoli di genere e quindi a criticare lo status quo, sia perché teme che conoscere la propria sessualità e riconoscerla come parte di sé sia un incentivo all’attività sessuale. Il che nega una realtà, cioè che i ragazzi hanno un’attività sessuale a prescindere dalle informazioni che ricevono. Perciò, l’acquisizione di strumenti utili per elaborare una concezione personale di sessualità, li porterebbe ad essere più liberi, sia nei confornti delle prescrizioni e divieti che comunque disobbediscono, sia nei confronti del giudizio altrui su ciò che è normale e ciò che è deviante. Per capire, magari, che le categorie di normale o anormale, che hanno pretesa di oggettività, nell’ambito della sessualità, come in molti altri ambiti, risultano inefficaci e spesso strumentali. Cioè servono ad educare reprimendo la libertà di capire e di trovare un modo personale per esprimere la sessualità, ostacolando il cammino di crescita e la formazione dell’identità. Un’identità di cittadini/e responsabili, prima di tutto verso se stessi. Prendere coscienza dei propri desideri, anche di quelli sessuali, dei bisogni e delle emozioni e capire il modo appropriato per esprimerli e realizzarli, rientra in un disegno che ci accomuna tutti e si chiama civiltà. Non con la repressione degli impusli o dei desideri si diventa civili, ma con la consepevolezza di averne, cioè, in questo caso, di avere una sessualità, che va integrata nella costruzione di sé, di individui, cittadini/e consapevoli e responsabili. In questa prospettiva appare comprensibile e preoccupante l’appello del Papa Benedetto XVI in occasione del discorso di inizio anno al corpo diplomatico. Secondo Benedetto XVI, ‘educazione sessuale e civile impartita nelle scuole di alcuni paesi europei costituisce una minaccia alla libertà religiosa’, perché ‘riflettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione’. Se una visione dell’essere umano intero, in cui la sessualità e l’appartenenza di sesso non sono separate dalla conoscenza e dalla capacità di pensare se stessi, è contraria alla fede cattolica, questo è un problema della Chiesa. Inoltre, sono evidenti i danni di questa separazione, dell’ignoranza e della mancanza di rispetto che ha generato fuori e dentro la Chiesa cattolica. L’appello del Papa risulta comprensibile quando accosta l’educazione sessuale all’educazione civile e indica come la posta in gioco sia la formazione di individui e cittadini/e consapevoli, capaci di valutare criticamente e decidere autonomamente nell’ambito della sessualità e in quello pubblico della vita sociale (dal quotidiano ‘la Repubblica’ del 2 novembre scorso).
Manuela.













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