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Immagini femminili: la donna reale oltre i clichè.
Il settore dell’editoria per ragazzi e ragazze viene analizzato da Loredana Lipperini, nel libro: ‘Ancora dalla parte delle bambine’, a partire dagli anni ’90, “quando attorno al dato certificato dalla maggioranza di lettrici-bambine, gli editori confezionano prodotti che ritengono appetibili per il pubblico femminile”. Dopo ‘Harry Potter’, il mondo dei piccoli lettori si affolla nuovamente [...]
14 settembre 2011
Il settore dell’editoria per ragazzi e ragazze viene analizzato da Loredana Lipperini, nel libro: ‘Ancora dalla parte delle bambine’, a partire dagli anni ’90, “quando attorno al dato certificato dalla maggioranza di lettrici-bambine, gli editori confezionano prodotti che ritengono appetibili per il pubblico femminile”. Dopo ‘Harry Potter’, il mondo dei piccoli lettori si affolla nuovamente di principesse, maghi e streghe. “Ma, a parte le considerazioni già fatte a proposito dell’insistenza sull’elemento sovrannaturale, nella maggior parte dei casi lo stereotipi femminile viene rafforzato anche sotto sembianze magiche”. Ad esempio, “nella maggior parte dei libri per bambine, vengono presentati gruppi femminili chiusi: a protezione (ma anche a desiderio) del mondo maschile. Nella serie Il club delle baby sitter di Ann Martin, un gruppo di amiche fra gli 11 e i 13 anni offrono i propri servigi a genitori in difficoltà. I desideri di Mallory sono: farsi bucare l’orecchio e avere un fantastico paio di scarpe rosa. Kristy, la direttrice del club, veste in jeans e scarpe da ginnastica, ma sua madre ha sposato un milionario e vive in un castello. Mary Ann è timida e sensibile,piange per un nonnulla ed è una gran romantica. Dawn è biondissima e bellissima. Claudia è la ragazzina ‘più fantastica e alla moda’ della scuola. Jessi vuole fare la ballerina classica e Mallory la scrittrice, una delle professioni evidentemente ammesse dai tempi di Piccole donne. Dove sono le piccole esploratrici, le amanti della matematica, le aspiranti scienziate? Dove le bambine non accudenti, che invece di mettere pace e armonia inventano regole nuove in luogo di conformarsi a quelle preesistenti?”. Inoltre, in questo mondo dell’immaginario femminile adolescenziale non esistono bambine brutte. Anzi, i personaggi diventano icone da emulare: facendo incetta di fermagli per capelli, gioielli luccicanti, gloss per le labbra. Così in Trollz. Crea il tuo look, destinato alle lettrici dai quattro anni e associato all’omonimo cartone, dove è evidente il rapporto tra stereotipi di genere e la promozione commerciale di prodotti per le teen-ager. Dopo aver elargito vari consigli per essere belle, alla moda e ‘very cool’, si dice che la vera bellezza è quella interiore, in modo falso. Cosa che, non solo confonde, ma accentua l’insicurezza, perché è evidente che non si può contemporaneamente rincorrere ciecamente il mito della bellezza esteriore ed essere inclini all’introspezione. Ma, la confusione potrebbe avrebbe una spiegazione: essa induce il pubblico ad appagare il bisogno di sicurezza conformandosi ai modelli proposti. La Lipperini precisa: “Nelle letture destinate alle bambine di oggi c’è qualcosa di peggio rispetto al modello di virtuosa bellezza che da sempre è loro riservato: è l’identificazione del loro destino con lo scopo, ben misero, di impegnarsi per rendersi piacevoli. Il prima possibile”. Infatti, questo è il messaggio che, nella maggior parte dei casi, si vuol far passare. “Ma di che cosa hanno bisogno bambini e bambine?”, si chiede la Lipperini, ma anche chi fa ricerche di mercato. Uno studio compiuto da esperti dell’immaginario infantile evidenzia questo: “le bambine dai 2 ai 5 anni, necessitano di fantasia, di imitare la mamma, di abiti per sé e per le bambole. Dai 6 ai 9 hanno bisogno di amici. La sigla dice EQ VS IQ. Significa privilegiare l’intelligenza emozionale su quella astratta. Cosa che più volte si ripeterà nei confronti delle bambine, ragazze, donne. I maschi, invece: dai 2 ai 5 anni aspirano a sentirsi grandi e necessitano di gioco, di schieramenti netti bene contro male. Amano gli eroi della televisione. Dai 6 agli 11 anni, hanno bisogno di azione: e dunque, di competizione, di film e musica, di videogame e sport. La distinzione così netta, così implacabile, per numero e qualità dei bisogni attribuiti, comincia ancora una volta a metà degli anni novanta. Il primo segnale di ritorno alla differenza di genere nei prodotti destinati all’infanzia si chiama Minnie”. La Disney, che fino a quel momento aveva proposto giornali e prodotti unisex, nel 1993 crea Minnie, il personaggio che da eroina indifesa dei primi fumetti, diventa “coraggiosa, sportiva, romantica e simpatica”. Piccolo particolare: ella non esiste senza Topolino. Invece, ‘W.i.t.c.h.’ è un’eccezione. E’ un mensile a fumetti, pensato dalla Disney Publishing italiana e inizialmente è dedicato alle bambine fra i 9 e i 12 anni. Nasce nell’aprile 2001 e presenta qualche innovazione. C’è una storia che si dipana nel corso delle pubblicazioni. “Le protagoniste sono cinque preadolescenti [witch significa strega, ed è l’acronimo delle protagoniste] che scoprono di avere poteri speciali legati ad un elemento (acqua, aria, terra, fuoco) o a una pietra magica. Inoltre possono trasformarsi e visitare una realtà parallela dove svolgono il ruolo di guardiane per mantenere l’equilibrio tra il bene e il male. Missione affidata da secoli, a cinque creature di sesso femminile. L’avventura sovrannaturale si intreccia in ogni numero con le problematiche del quotidiano: la famiglia, le amicizie, gli amori”. E’ vero che insiste ancora sul lato magico del femminile, ma ‘W.i.t.c.h’, introduce l’elemento matrilineare attraverso cui si tramanda il sapere e le avventure esoteriche si intrecciano alla realtà. Nel tempo il prodotto cambia, si trasformano le storie: “Con sempre maggior frequenza il salvataggio del mondo diventa meno centrale, e acquistano importanza le feste, i ragazzi, il trucco (che diventa addirittura il tema centrale di una storia). La grafica assomiglia sempre di più ad altre riviste per bambine alla moda. Abbiamo detto, citando la Lipperini, sulla funzione del romanzo d’amore, il quale “nasce dagli uomini e la grande protagonista è la donna: “ Proiezione del desiderio maschile: l’Innamorata è lo specchio di Narciso, un fantasma femminile creato dagli uomini affinchè li insegua. Una trasfigurazione, certo: ma anche il più sublime dei modi per destinare la donna all’amore. E dunque relegarla ad altro”. Come destinata all’amore e figurazione dei desideri maschili la donna non è tale, non è nemmeno persona reale. L’amore, la capacità di sognare e desiderare sono qualità umane. Ma, viene da pensare: se le donne continuassero ad amare secondo le regole stabilite dall’uomo, se accettassero ancora di rappresentare un oggetto di desiderio e non sentirsi soggetti desideranti, se si limitassero a sognare e non essere i loro sogni, non avrebbero lo statuto di persone, dunque, non esisterebbero?. Si, potrebbe essere così. Ma, non è facile distinguere ciò che si desidera veramente da ciò che si dovrebbe desiderare in base a modelli culturali, né è cosa da poco trovare il proprio e autentico modo di amare. E poi realizzare i propri sogni è complicato. Certo, tutto ciò non è impossibile. Ma, come si sentono le donne, poste dinanzi a tendenze così divergenti? Esse, influenzate da stereotipi di genere, dai miti della bellezza, zittite e frustrate in ogni loro tentativo di esprimersi, dovrebbero sentirsi doppiamente in colpa se non riescono a emanciparsi che, però, è sempre più inteso nel senso di essere perfette. Vista la concomitanza di messaggi contrastanti: da un parte i clichè, dall’altra la pretesa di distaccarsene, che l’importante è la bellezza interiore, la saggezza, molte donne potrebbero sentirsi confuse. Leggiamo cosa diceva Virginia Woolf sul rapporto donne e scrittura: “Il cambiamento che ha trasformato la donna inglese da un’influenza senza contorni, vaga e fluttuante, in un cittadino responsabile che vota e si guadagna da vivere, le ha anche dato, nella vita come nell’arte, una tensione verso l’impersonale. I suoi rapporti non sono più quelli emotivi, sono intellettuali, sono politici. Il vecchio sistema che la condannava a guardare di straforo la vita, attraverso gli occhi o gli interessi del marito o del fratello, ha ceduto il posto agli interessi diretti e concreti di chi deve agire in prima persona, e non limitarsi a influire sulle azioni altrui. Di conseguenza la sua attenzione si va distogliendo dal centro soggettivo che la assorbiva in modo esclusivo in passato per volgersi all’impersonale, e i suoi romanzi si fanno naturalmente più critici verso la società, e meno analitici di singole vite” (‘Le donne e la scrittura’, Virginia Woolf, a cura di Michél Barrett, 1979). VW propone alle nuove donne di agire con oggettività, sincerità e coraggio. Aderire a ciò che si sente con l’animo quieto, senza impedimenti e sciogliendo le passioni e i sentimenti più impetuosi nelle pagine scritte.Forse, il suggerimento è giusto: per vivere, raccontarsi e partecipare al mondo, le donne possono diluire nell’azione e nel tempo i loro stati emotivi. Spirito di osservazione e lealtà portano concretezza e la fiducia nella sapienza femminile è importante tanto quanto il sentimento.
Manuela.













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