‘Ancora dalla parte delle bambine’

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“Ancora dalla parte delle bambine” (2007) di Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, inizia con il ‘Passaggio di testimone’ di Elena Gianini Belotti, insegnante e studiosa, che nel 1973 scrisse “Dalla parte delle bambine”. “L’accurata indagine di Loredana Lipperini sulla persistenza e addirittura sul rafforzamento dei condizionamenti culturali al ruolo di genere delle bambine ha il [...]

25 agosto 2011

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cop.aspx  192x300 Ancora dalla parte delle bambine“Ancora dalla parte delle bambine” (2007) di Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, inizia con il ‘Passaggio di testimone’ di Elena Gianini Belotti, insegnante e studiosa, che nel 1973 scrisse “Dalla parte delle bambine”. “L’accurata indagine di Loredana Lipperini sulla persistenza e addirittura sul rafforzamento dei condizionamenti culturali al ruolo di genere delle bambine ha il merito di analizzare puntualmente i multiformi aspetti del vivere sociale che contribuiscono a perpetuarli”, dice Elena Gianini Belotti. Letteratura per l’infanzia, libri scolastici, giornali, fumetti, pubblicità, televisione, videogiochi e alcuni siti nella rete di Internet, ridanno forma a  quei modelli. Questi strumenti spingono le bambine e le preadolescenti a concentrare la propria attenzione sul corpo, sull’aspetto fisico. “Si ritorna con la massima disinvoltura, come se non fosse stato mai detto niente in proposito, a ridurre l’individuo femminile a un assemblaggio di pezzi di carne privo di umanità, intelligenza, razionalità, dignità, volontà, consentendogli l’unico obiettivo di piacere all’uomo e di conquistarsi con ogni mezzo il principe azzurro, ribadendo una dipendenza psicologica e affettiva dal maschile che cancella ogni altro progetto di vita e conduce ad un insensato sperpero di se stesse”. Il principe azzurro odierno, però, non è come un tempo: un’idealizzazione di tutto ciò che le ragazze avrebbero voluto, gentilezza, romanticismo; esso ora è ‘vorace di sesso’ e se è vero che le immaginazioni e i sogni sono del sognatore ci si chiede se gli uomini siano ‘veramente’ così o se entrambi i sessi obbediscano a modelli culturali e stereotipi. Cioè, a volte si ha la forte sensazione che l’atavica fame di sesso, da parte degli uomini, sia una sottile e insidiosa provocazione alla quale, se le donne rispondono, confermano lo stereotipo della ‘donna facile’, l’altra faccia della medaglia è quello della ‘santa’. Esse, obbedendo allo stereotipo, diventano subito innocue, perché esimono gli uomini dal mettersi in gioco e di non dar conto a se stessi dei loro timori e insicurezze. Elena Gianini Belotti parla dell’importanza dei primi anni di vita, in cui il processo educativo, l’imitazione e identificazione con gli adulti dello stesso sesso inducono alla differenziazione dei ruoli e costruiscono quei privilegi su cui i maschi basano la loro identità. “L’organizzazione del lavoro”, dice Elena Gianini Belotti, “è ancora concepita su misura di uomini la cui moglie si fa carico di tutti i loro bisogni e necessità, più quelli dei figli, per consentire loro di uscire ogni mattina accuditi, puliti e nutriti come si deve e darsi da fare per produrre. Se la moglie smettesse di farlo, la crisi sarebbe catastrofica, fabbriche e uffici chiuderebbero dopo una settimana”. Negli utili decenni si è assistito ad un’omologazione del modello femminile al modello maschile, “ma non è nemmeno iniziata l’assunzione da parte dell’uomo dei compiti e delle qualità femminili, quelle che rendono il mondo meno feroce e meno competitivo, compresa la scelta da parte maschile di professioni finora ritenute ‘da donne’”. Queste qualità, è vero che sono frutto di condizionamenti storico culturali, ma ciò non toglie loro valore. “Purtroppo l’identità maschile prevede la totale espulsione del femminile da sé, con una perdita drammatica di virtù sociali che dovrebbero essere semplicemente umane: l’attenzione e la sensibilità verso il prossimo, l’empatia e la capacità di identificarsi nell’altro, saper ascoltare, consolare, accudire, curare. Non a caso il 70% del volontariato è svolto da donne. Sono le madri in primo luogo, da brave suddite, a far propri i codici di costruzione dell’identità maschile, allevando sultani, adorandoli e prostrandosi ai loro piedi, despoti che saranno incapaci di badare a se stessi – e figuriamoci agli altri – cui non viene richiesto nemmeno di rifarsi il letto o di prepararsi la cartella per la scuola. L’identità maschile è un congegno così fragile da paventare che vada in pezzi al minimo cambiamento? Il quale viene vissuto come un attentato alla virilità , che sottintende il temutissimo rischio dell’omosessualità? Basta osservare con quanto spavento ancora si interviene quando un maschietto sceglie un gioco o un giocattolo considerato ‘da bambine’, o con quanta irritazione gli si impone di non fare la femminuccia quando piange”. Nelle nuove generazioni queste dinamiche stanno cambiando, afferma la Gianini Belotti, e i padri accudiscono amorevolmente i loro figli. “Gli uomini, un tempo certi della loro superiorità, basata sulla nullità e sulla sottomissione femminile, oggi sono disorientati e spesso a disagio per l’emergere dell’inattesa e fastidiosa soggettività delle donne”. E quando il maschio è a disagio tutta la società viene in suo aiuto, perché mai si deve dire che il problema è suo. Se le ragazze sono più brave a scuola dei ragazzi, se le donne rivendicano la loro indipendenza, se assumono decisioni per la loro vita lavorativa e sentimentale chiudendo relazioni, gli uomini si sentono minacciati, come se la donna, pretendendo di essere considerate persona, commettesse un atto di lesa maestà. In questo modo per il maschio è ‘normale’ agire d’impulso alla paura e aggredire la donna, la società lo giustifica, tranne ovviamente, quando ci scappa il morto, cioè la donna viene uccisa o gravemente ferita. In questo caso l’iter della giustizia si attiva, ma, allo stesso tempo, del fattore ‘disagio maschile’, non vengono considerate tutte le conseguenze, come i costi sociali di questi comportamenti ai danni delle donne e non viene considerato che il problema è degli uomini. Infatti, se un uomo insulta o manca di rispetto ad una donna perché è donna, nella maggior parte dei casi non succede nulla, la questione neanche è socialmente riprovevole. Cioè, la persistenza di modelli culturali maschilisti permette agli uomini di declinare ogni responsabilità riguardo ai loro comportamenti, spesso col pretesto pietoso di essere stati ‘provocati’, quando, invece, se le donne vogliono essere provocanti di certo, lo fanno in modo dolce e spontaneo e non per essere aggredite o offese. Comportamenti assai diversi, differenza che, però, agli uomini non salta agli occhi. “La società in cui viviamo fomenta sempre più un individualismo, una rivalità e una competizione che non lascia scampo”, aggiunge Elena Gianini Belotti. In questo contesto la solidarietà tra donne è scarsa e tra uomini quasi inesistente, “basta osservare i potenti, i politici in primo luogo, che sotto gli occhi di tutti si insultano, litigano in continuazione e appena possono si fanno le scarpe a vicenda”. In un clima simile le donne faticano davvero per farsi strada in ambito lavorativo, perché nonostante diano prova di capacità, intelligenza e affidabilità, vengono ostacolate nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Si sente spesso dire che ‘le donne hanno una marcia in più’, ma ciò risulta l’ennesima lusinga, un contentino. Nella realtà, infatti, questa ‘marcia in più’ non viene riconosciuta, anzi molte donne sono intelligenti, coraggiose, volitive e “uno dei sistemi per svilirle è ignorare o svalutare queste qualità per divergere l’attenzione sull’aspetto fisico: la scollatura, le gambe, l’acconciatura, l’abbigliamento”. “Fino agli anni sessanta”, ricorda la studiosa, “le donne non erano ammesse alla magistratura perché ritenute incapaci di giudizi obiettivi a causa del loro utero – mentre in seguito molte hanno condotto in porto processi giganteschi di enorme complessità con una fermezza e un rigore esemplari – mi viene da concludere che nella nostra società i meriti femminili tuttora si fanno strada con gran fatica a causa di una diffusa cultura misogina di vecchissima data, in apparenza definitivamente sconfitta e invece sempre pronta a risorgere intatta dalle sue ceneri”. Si spera fortemente che la vecchia cultura misogina sia, nel tempo, definitivamente superata e ciò a vantaggio delle donne, dei giovani e, probabilmente, di tutto il Paese che i vecchi retaggi culturali stanno affossando. Sapere che, fino a poco tempo fa, in Italia, le donne erano ritenute incapaci di pensare razionalmente perché hanno un utero, è atroce e viene da chiedersi, retoricamente, se sia da definire ‘razionale’ muovere guerra a popoli per sottometterli e sfruttarli, visti i danni globali arrecati dal colonialismo e dall’approvvigionamento senza limiti di risorse.

Manuela.

Scritto da Manuela

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