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Quello che le donne dicono …
Sta suscitando molto clamore la decisione del Parlamento che non ha approvato il disegno di legge contro l’omofobia. Una legge che, come abbiamo detto, voleva introdurre l’aggravante di omofobia nei reati penali, cioè l’inasprimento delle condanne per chi fa violenza o aggredisce altre persone perché ‘diverse’. Tali aggravanti erano previste per gli atti violenti contro [...]
28 luglio 2011
Sta suscitando molto clamore la decisione del Parlamento che non ha approvato il disegno di legge contro l’omofobia. Una legge che, come abbiamo detto, voleva introdurre l’aggravante di omofobia nei reati penali, cioè l’inasprimento delle condanne per chi fa violenza o aggredisce altre persone perché ‘diverse’. Tali aggravanti erano previste per gli atti violenti contro i gay, contro persone che vengono discriminate perché donne, diversamente abili, di altra etnia, transessuali, cioè tutti coloro che subiscono comportamenti o atteggiamenti discriminatori per le loro diversità. Diversità che è proprietà, attributo, specificità di individui. Si è tirato in ballo il tema dell’uguaglianza. Le diversità di genere, gli orientamenti sessuali, l’appartenenza ad una etnia, le diversità nel modo di apprendimento, diventano disuguaglianze quando portano svantaggi a coloro i quali ne sono portatori, e sono il risultato di una valutazione, di un confronto tra gruppi di individui o individui. Abbiamo già citato la definizione di uguaglianza dal punto di vista giuridico. Ora citiamo la definizione di disuguaglianza: “Le disuguaglianze sono disparità oggettive e sistematiche nella possibilità di influenzare i comportamenti altrui e nelle condizioni materiali e immateriali di vita” (‘Vite ineguali. Disuguaglianze e corsi di vita nell’Italia contemporanea’, A. Schizzerotto, 2002). E di disuguaglianze, in Italia ce ne sono, come abbiamo già osservato, ma non occorreva avere il fiuto di Sherlock Holmes per accorgersene. In un articolo di Carlo Galli, pubblicato oggi dal quotidiano ‘La Repubblica’ si legge: “Vi sono numerosi significati politici nella decisione del parlamento, espressa a maggioranza in una votazione che ha visto l’opposizione spaccarsi e l’Udc, com’era prevedibile, accogliere l’opinione di destra, che sia giusto non considerare l’omofobia l’aggravante di un reato (non si dice neppure un reato in sé), poiché una tutela spciale per gli omosessuali colpiti da violenza non sarebbe costituzionale, e violerebbe il principio di uguaglianza, cardine della politica moderna e della Costituzione repubblicana. E’ questo pathos per l’uguaglianza a suonare falso, stonato. Infatti, la destra non ama l’uguaglianza. Lo dimostra con manovre inique, che tolgono ai poveri e al ceto medio per non toccare i ricchi (in Italia come negli Usa) […]; lo dimostra nella ricerca,ossessivamente iterata, della diversità davanti alla legge, a favore dei politici in generale e dei membri del governo in particolare […],lo dimostra con il pugno di ferro contro irregolari, clandestini e altre categorie debolissime; con la difesa a oltranza dei più svariati corporativismi; col privilegiare ideologicamente la ‘famiglia’ tradizionale rispetto a ogni altra libera unione. Anzi, chi propugna l’uguaglianza davanti alla legge, chi si scandalizza per preferenza e privilegi, personali o di casta, è tacciato di ‘relativismo morale’, di ‘giustizialismo’ o anche (crimine orrendo) di ‘giacobinismo’. Per chi vuole l’uguaglianza sociale, o almeno un po’ di welfare, poi, è pronta l’accusa di ‘comunismo’. […] La verità è che l’ideale della destra non è l’uguaglianza ma la società organica e conformista, benché attraversata da differenze sociali; un ideale opposto a quello della democrazia pluralistica, in cui proprio le differenze sono politiche, prendono la parola, esigono diritti e riconoscimento […]”.Abbiamo citato partiti politici, la destra, non per demonizzare questo orientamento, ma perché di fatto la maggioranza di questo partito ha votato contro il disegno di legge che chiedeva l’aggravante per i reati di omofobia. La ‘società organica’ (Émile Durkheim, ‘La divisione del lavoro sociale’,1989), cioè la società industriale, successiva a quella preindustriale, è caratterizzata dalla divisione del lavoro ed è composta da diverse parti che svolgono funzioni diverse, ma sono tutte coordinate e subordinate reciprocamente. Nella società preindustriale si sviluppava un senso di solidarietà meccanica, in cui gli individui si identificavano con il gruppo sociale (non c’erano tanti gruppi sociali) e nella coscienza collettiva. Nella società organica gli individui si differenziano e si identificano nei gruppi sociali a cui appartengono. Nei rapporti tra questi gruppi possono verificarsi meccanismi di predominanza, cioè alcuni gruppi che hanno più potere economico tendono ad imporre le loro regole, stili di vita, cultura, e sfruttare il lavoro degli altri gruppi. Il non conformismo è definito da Merton, sociologo, come ribellione, in quanto “porta gli uomini fuori della struttura sociale che li circonda, spingendoli a cercare di porre in essere una struttura sociale nuova, vale a dire grandemente modificata”(‘Teoria e struttura sociale’, R.K. Merton, 1983). Il non conformismo porta dunque al mutamento sociale e comporta che un gruppo sociale contesti gli schemi di pensiero, sentiti come obsoleti, e si impegni per cambiarli. Dunque, se alcuni gruppi sociali, compresa certa politica, si impongono per mantenere i loro privilegi in tutti gli ambiti della vita pubblica (economico, politico e culturale) a scapito di altri, tra questi altri ci sono coloro che non si assoggettano al volere dei più, sono i non conformisti che, a quanto pare,vengono etichettati come ‘comunisti’, giustizialisti’, ecc, per togliere forza alle loro istanze. Il tutto, poi, viene messo nel calderone dove si bollono i ‘disuguali’, illustri o meno, comunque marginali, cioè non abbastanza forti da scuotere la legge a loro favore nel rispetto dei loro diritti, di parola, di essere tutelati, di essere ‘diversi’. Eppure questi movimenti ‘contro’ rappresentano il fermento della vita sociale, la vitalità e il cambiamento, fermare il quale questo si che è contro lo sviluppo e la crescita di un Paese. Diciamo questo nello spazio dedicato alle tematiche di genere perché la donna, per l’universo maschile, è il ‘diverso’ più numeroso, è l’altro da sé per antonomasia. Una diversità non ancora veramente conosciuta, temuta e amata, e, per questo, assoggettata, spesso solo nelle intenzioni, perché le donne non si sottomettono più al volere del maschio, nemmeno quando le lusinga offrendo loro la sicurezza materiale e una posizione sociale. Sono le donne, il ‘diverso’ più temuto e oppresso nella Storia, che hanno le capacità, l’opportunità e forse anche il dovere di farsi portavoce di una nuova mentalità, in una società nuova.
Manuela.













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