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Donne intelligenti? Si, ma q.b.
Nel corso della storia dell’umanità le realizzazioni femminili in tutti i campi, politico,artistico, filosofico, ecc., sono state per numero e qualità molto inferiori a quelle degli uomini. Simone de Beauvoir si chiede quali possono esserne i motivi e dichiara che “la condizione professionale della donna dipende dalla situazione femminile nella forma specifica che assume in [...]
6 luglio 2011
Nel corso della storia dell’umanità le realizzazioni femminili in tutti i campi, politico,artistico, filosofico, ecc., sono state per numero e qualità molto inferiori a quelle degli uomini. Simone de Beauvoir si chiede quali possono esserne i motivi e dichiara che “la condizione professionale della donna dipende dalla situazione femminile nella forma specifica che assume in una determinata società” (Quando tutte le donne nel mondo”). Già Virginia Woolf in ‘Una stanza tutta per sé’ aveva suggerito alle donne di procurarsi un luogo in cui scrivere che simbolicamente significa la capacità di pensare a se stesse, di appartenersi, riuscendo ad essere indipendenti anche economicamente. Dunque, la donna appartiene a se stessa, non all’uomo, o ai figli, alla società che le chiede sempre di ottemperare qualche impegno. Ogni individuo che abbia talento e capacità deve trovare le circostanze giuste per poterle mettere a frutto, altrimenti tali doti resteranno inutilizzate. Ora, però, dice Simone de Beauvoir, si afferma che la donna ha la possibilità di scegliere la carriera che vuole, ma, aggiunge, è falso pretendere che durante gli ultimi vent’anni le possibilità siano state uguali per le donne e per gli uomini. Se consideriamo le carriere femminili, ad esempio, si nota che, in Francia, i grandi nomi di architetti, avvocati, ecc., sono di uomini. Ciò non perché la donna si accontenta, ma per altri motivi. Innanzi tutto, perché le donne che si cimentano in queste professioni sono poche e la probabilità che emergano luminari-donne è ridotta. In secondo luogo c’è uno sbarramento che viene opposto alle donne in tutte le professioni. “Questo sbarramento le ferma ad un certo punto: non guadagnano quanto gli uomini, non riescono ad avere la stessa funzione, lo stesso titolo; e, cosa più importante non riescono ad acquisire lo stesso talento. Il talento non è un dono, come non lo è ciò che chiamano genio. E’ una cosa che si conquista: se avete da affrontare delle difficoltà e vi adoperate per vincerle, siete portati a superare voi stessi. Se rimanete in un campo facile, rimanete a livello della facilità”. Se si rifiuta per pregiudizio antifemminista di affidare progetti importanti alle donne, esse non avranno mai veramente l’occasione di dare la propria misura. “Dare la propria misura è sempre superare un po’ la propria misura, è andare oltre: osare, cercare, inventare; è in quel momento che si afferma un valore, che si scopre si realizza un valore”. Ora, le donne sono spesso costrette a pensare a cose diverse dalla carriera, più che altro quando tentano qualcosa, non lo fanno con la medesima audacia e speranza degli uomini. Esse, “partono vinte in anticipo, perché sanno che la società non offrirà loro le occasioni necessarie”. In pratica iniziare e portare avanti una carriera, per le donne è molto più faticoso di quanto lo sia per gli uomini, anche perché fare carriera non ha lo stesso significato, non è sinonimo di successo, soldi e status sociale. Nelle sue riflessioni, riguardo all’epoca in cui scrisse ‘Il secondo sesso’, Simone de Beauvoir afferma di avere avuto successo perché era un’intellettuale, perché parlava di letteratura, di filosofia, di arte, come facevano gli uomini, ma, “tutto ciò che era femminile lo tenevo per me”, specifica la scrittrice, come fanno le donne che accettano e si conformano ai valori maschili. Cosa che avviene non per cattiva volontà da parte delle donne, ma spesso per non avere pressioni e condizionamenti sociali, per non essere scoraggiate se vogliono realizzare dei progetti. E’ interessante notare che questo è un meccanismo sociale il cui bersaglio non sono solo le donne, ma anche i gruppi emergenti, cioè quelli che rappresentano un’alternativa a quelli dominanti. Infatti, si parla molto di scarso impegno e sfiducia che, secondo alcuni, caratterizzano i giovani di oggi, ma non ci si chiede cosa abbia generato questi sentimenti nei giovani che di per sé non sono di ‘natura’ sfiduciati e remissivi, anzi, la gioventù si contraddistingue proprio perché ribelle, anticonformista, creativa. Perciò si può ipotizzare che il meccanismo sia lo stesso, messo in atto dalla classe dominante e che ‘funziona’ per ostacolare qualsiasi tentativo di innovazione e di cambiamento da parte di altri gruppi sociali. Tornando al discorso sulla donna, Simone de Beauvoir sostiene che c’è un altro motivo che induce il genere femminile ad accontentarsi di poco: “dato il carattere diviso della condizione femminile, dato che la donna che lavora ci tiene ad avere una vita felice, un amore, un focolare ben riusciti, trova prudente tenersi nell’ombra sul piano professionale”. L’uomo ha questo privilegio: più ha successo professionale, più viene considerato seducente e la donna lo ammira. Ma se una donna ha troppo successo, rischia di scoraggiare e infastidire e umiliare l’uomo a cui, come abbiamo visto, basta un nonnulla per sentirsi inferiore alla donna, anzi molto di ciò che fa, agendo secondo gli stereotipi maschili, è per affermare la sua superiorità. Dunque, la donna non osa, perché l’uomo interpreterebbe questo suo agire come una sfida. Simone de Beauvoir durante una visita ad un college statunitense notò che molte studentesse con cui aveva parlato erano molto intelligenti e brillanti, ma i loro risultati scolastici non erano altrettanto buoni. Allora domandò loro quale fosse il motivo e si sentì rispondere che: “non bisogna avere voti bruttissimi perché si sembrerebbe cretine; ma se si hanno voti troppo belli, ci considerano una pedante, un’intellettuale e allora non si trova marito. Vogliamo studiare bene nella misura in cui questo non impedirà ad un uomo di sposarci”. Insomma, le donne sono sempre molto criticate: troppo intellettuali, troppo superficiali, troppo profonde oppure poco logiche, ecc. Viene da pensare però che tale ipercriticismo gli uomini lo rivolgono anche verso se stessi, dunque la questione riguarda, appunto, le condizioni sociali che determinano una idea di maschile e di femminile. In questo contesto, l’emancipazione della donna è utile a entrambi i sessi e auspicabile prima di tutto per il genere femminile.
Manuela.













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